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I 5 nomi illustri della malavita italiana

I protagonisti delle 5 cacce all' uomo che hanno appassionato gli italiani amanti della cronaca nera

Le cacce all’uomo nel tempo oltre che ad alimentare il filone della cronaca nera e delle organizzazioni criminali, hanno anche appassionato gli italiani, alimentando paginate di quotidiani e notiziari televisivi e radiofonici. Ecco perché oggi abbiamo voluto ripercorrere la storia italiana della malavita coi 5 nomi che maggiormente hanno segnato di rosso la storia italiana, protagonisti di gravi fatti di sangue e bersaglio di imponenti procedimenti anche mediatici.

Pietro Cavallero: 500 Carabinieri per Denti di Lupo
Capo di una banda nata a Torino, nelle strade di Barriera Milano, composta da due operai, Adriano Rovoletto e Sante Notarnicola, e da un 17enne, Donato Lopez, colpiva in particolare le banche, seminando il terrore e non esitando a fare uso delle armi da fuoco per aprirsi la via della fuga. Il primo ad essere preso fu Rovoletto, che confessò e fece i nomi degli altri; quindi toccò al giovane Lopez, che poi proprio in virtù dell’età venne condannato ad una pena di 12 anni di carcere. Quindi, qualche giorno dopo, Cavallero e Notarnicola, presi in un vecchio casello ferroviario nell’Alessandrino: in 500 i carabinieri che avevano dato la caccia ai due.

Renato Vallanzasca, il bandito sciupafemmine
In ordine di tempo ecco quindi Renato Vallanzasca, il bandito della Comasina, venti anni di sfida alle forze dell’ordine. Il 6 febbraio 1977 uccide due poliziotti al casello autostradale di Dalmine, lui viene ferito nel conflitto a fuoco e quindi catturato qualche giorno dopo in un appartamento di Roma. Dieci anni dopo evade dall’oblò della nave che lo trasferiva da Genova al supercarcere dell’Asinara. La caccia all’uomo vede impegnati centinaia di poliziotti e carabinieri, fino a quando – l’8 agosto 1987 – il ‘bel Renè’, come le cronache lo indicavano per il fascino che aveva sulle donne, viene intercettato a un posto di blocco nel Goriziano.

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La sanguinosa fuga di Johnny lo zingaro
È ancora Roma la protagonista di un’altra imponente caccia all’uomo, con l’impiego di 700 agenti e carabinieri: è quella a Giuseppe Mastini, detto ‘Johnny lo zingaro’, rapinatore, già condannato a 15 anni perché – minorenne – aveva ucciso un tranviere nella capitale. Il 23 marzo del 1987 viene fermato da una pattuglia di polizia in zona Tuscolana, con lui c’è una studentessa ventenne. Johnny spara ed uccide l’agente Michele Giraldi, spara ad un altro agente ma senza colpirlo, rapina un’auto e sequestra una ragazza. Scatta la grande caccia. Il bandito tenta di sfuggire all’accerchiamento rubando diverse automobili, alla fine si rende conto che non ce l’avrebbe fatta, lascia andare la ragazza sequestrata e si arrende: sono trascorse solo poche ore dall’inizio della caccia.

L’imprendibile Manolo
Pochi anni ed ecco nel 1990 polizia e carabinieri impegnati nello stringere il cerchio attorno a Lyubisa Urbanovic ‘Manolo’, ritenuto l’autore di un massacro: quattro persone, componenti di una stessa famiglia, uccise a Pontevico (Brescia) nel corso di una rapina fallita. Lo chiamavano ‘bandito dagli occhi di ghiaccio’: di lui si persero le tracce in Italia dopo una lunga serie di omicidi tra cui quello di un sacerdote. Ricompare in Serbia alla fine della guerra nella ex Jugoslavia, è condannato a 15 anni. Poi più nulla, forse è morto ma non c’è certezza.

Luciano Liboni, il Lupo di Montefalco
Era un ladro, poi divenuto rapinatore che fece il salto nel febbraio 2002 quando rubò un’auto a Todi e sparò ad un benzinaio. Inizia una latitanza trascorsa compiendo rapine a banche e uffici postali per procurarsi il denaro necessario per restare alla macchia. A marzo forzò un posto di blocco della Guardia di finanza a Civitavecchia, sparando contro i militari, e raggiunge Roma, dove a luglio sparò a un carabiniere che lo aveva fermato e lo stava identificando. Fu ucciso al Circo Massimo dopo una lunga caccia all’uomo.

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